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Sanremo 2024 – Geolier, “Ip’me, tu p’te”

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“Io scrivo sempre. Non ho un metodo, è tutto di pancia. A me basta che qualcuno tenga il ritmo con le mani e io scrivo un pezzo. Mi piace”.

“Più che l’immagine, per me è importante rappresentare. Io rappresento, la mia non è un’immagine che mi sono creato. Sono così anche senza telecamere. Non posso abbandonare quello che sono, tradirei le persone che rappresento, quelle di Napoli, e me stesso”.

“Il mio essere “gangsta” è diverso da ciò che fanno gli altri. Io li vivo realmente i gangsta, senza cadere in uno stereotipo che non ha più senso perché alla fine a Napoli si sta bene. Per me un bambino del ghetto è già gangsta, per come si muove, per come ragiona: è già un adulto. La musica ci ha salvato, abbiamo solo questo. Se faccio qualche guaio, perdo ciò che ho costruito e perdono anche le persone intorno a me che si sono create un business solido”.

“Da bambino non pensavo a quello che avrei voluto fare da grande. Se nasci nella periferia di una grande città come Napoli, vivi le tue giornate una alla volta, con una famiglia che ti insegna a coltivare valori sani: amore, amicizia, rispetto. Non avevo progetti da bambino”.

“Secondigliano mi appartiene. Ci torno spesso. È nel mio DNA, come la musica. Se dimentichi le tue origini o le rinneghi non vai tanto lontano. Qualunque cosa tu voglia essere o fare nella vita, il passato ti dà radici e punti di riferimento indispensabili”.

“Finalmente il napoletano, a livello linguistico, è diventato cool. La gente legge i testi, si sforza di capirli, si emoziona ascoltandoli”.

“Non voglio essere semplicemente un megafono che racconta una situazione, io sono quella situazione. Voglio far parlare la mia gente, la mia terra, rappresentarla. Lo faccio in napoletano perché la mia gente si lamenta in napoletano, ama in napoletano, si arrabbia in napoletano. Devo raccontare la mia vita come la raccontano loro”.

 

 

 

 

 

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