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Antonello Venditti

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Scuola romana. “Quella dei miei anni non era una scuola. Eravamo un gruppo di amici, una “corrente di pensiero musicale”. Definirla una scuola ancora oggi mi sembra un’esagerazione”.

Folkstudio. “Sono andato per la prima volta al Folkstudio verso la fine del 1969. Quella sera  c’era Francesco De Gregori che eseguiva canzoni sue e brani di Leonard Cohen, Bob Dylan, Fabrizio De Andrè. Lì ho conosciuto jazzisti come Gato Barbieri e Mario Schiano, cantori popolari come Otello Profazio, Matteo Salvatore, Caterina Bueno, il nuovo canzoniere italiano, Leoncarlo Settimelli e tanti altri. Con Francesco De Gregori, Giorgio Lo Cascio e Ernesto Bassignano abbiamo gestito uno spazio settimanale dedicato ai giovani. Quel gruppo ha rappresentato un punto di vista politico, espressione di una sinistra culturale molto attenta”.

Anni ’70: le contestazioni. “Era un periodo in cui fare un concerto significava mettere in pericolo l’incolumità fisica. Si viveva il concerto come un momento politico molto specifico. Ricordo una volta a Trento, c’era Renato Curcio, mi volevano impedire di cantare. E dire che ero dalla parte di quelli che mi contestavano. Ma questo non era riconosciuto perché dovevo scontare il successo commerciale”.

Cantautore. “Ce ne sono sempre stati tanti di cantautori, a partire da Omero che cantava le leggende degli dei e degli eroi dell’antica Grecia. Siamo gente che compone dei testi, li mette in musica e poi li canta, gente che insegue il rapporto diretto con il pubblico. Un cantautore dovrebbe essere un mezzo e un pretesto per capire, non semplicemente un signore da ascoltare e basta. Un cantautore che si limita a distribuire le chicche della sua produzione poetica, standosene chiuso nella sua torre d’avorio, rischia l’alienazione e l’isolamento. Un cantautore ha il dovere di immergersi nel suo pubblico, di verificare la propria ispirazione momento per momento, di permettere a chi gli sta intorno di partecipare alla fase creativa di tutta la sua produzione”.

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Roma. “Ho cantato “Roma Capoccia” in un periodo in cui il confine tra il mondo laico e quello cattolico era un punto molto serio. Io lo avevo superato. Questo tipo di canzoni sono tutte testimonianza di un tempo storico, civile, di sentimenti che sono cambiati. E’ cambiato il rapporto con il sesso, con la famiglia, con il vivere. Prima c’era il telefono, la lettera, oggi c’è internet”.

“A Roma non si investe più in cultura. Le piazze sono usate come bazar o come ring per combattimenti notturni. I romani si devono riprendere la città. Devono tornare a occuparsi della cosa comune”.

Ispirazione. “Arriva dalla realtà, mediata dalla fantasia e narrata con semplicità. E’ assai più difficile essere semplici e chiari che complicati”.

Chiese e Cinema. “La mia passione sono le chiese meno note e frequentate. Roma, quando uno è malinconico e ha voglia di starsene un da solo, offre due grandi sollievi: una chiesa tranquilla come rifugio per l’animo e una fontanella d’acqua fresca”. “Il cinema è la mia grande passione. Penso a tutta la produzione di Stanley Kubrick, il più grande interprete del 900. Ogni suono presente nei suoi film era parte integrante della narrazione, da Spartacus a Odissea nello Spazio”.

augusto.sciarra@radiotolfaeuropa.it

 

 

 

 

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