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Film: “Stardust”. David Bowie: il privato, le fragilità, la musica.

(ilmattino.it)

Il film racconta il ventenne David Jones, prima di trasformarsi nella star-icona David Bowie. L’opera del regista Gabriel Range ha l’ambizione di raccontare una fase cruciale e meno nota del poliedrico cantante.

“Per ognuno di noi Bowie è stato un artista diverso a seconda del periodo, tutti i suoi alter-ego nascono in quel momento della vita – afferma il regista George Range – non era ancora famoso, aveva avuto solo un singolo di successo e 12 singoli passati inosservati. Quell’anno, il 1971, lui stava cercando la sua identità d’artista e di affrontare la paura reale della malattia mentale. E’ curioso che pochi conoscano la sua storia familiare, il fratellastro Terry che ebbe su di lui una grande influenza gli fece conoscere la musica, gli comprava dischi, da giovane scoprì di essere schizofrenico, fu rinchiuso in un manicomio e David Bowie temeva di cadere come lui nella malattia”.

“Per me la cosa più importante è stata interpretare un essere umano, non un’imitazione di David Bowie – aggiunge il protagonista di Stardust, Johnny Flynn – Bowie era un uomo vulnerabile, si sentiva perso, un fallito e doveva fronteggiare il timore della malattia mentale e i suoi demoni interiori. Per me la cosa più importante è stata evitare d’imitare, per questo ho fatto molte ricerche, volevo capire cosa provasse in quella fase della sua vita. E’ molto più divertente poter immaginare questa persona con dilemmi e problemi, piuttosto che fare un elenco di quello che ha fatto”.

(dire.it)

Il regista ci porta nel 1971, quando un giovane Bowie, dopo un unico successo (Space Oddity) e dodici flop musicali, si reca in America per promuovere il suo nuovo disco ‘The Man Who Sold The World’. Il viaggio attraverso gli States che Range racconta diventa anche quello interiore che David Bowie potrebbe aver intrapreso, e che avrebbe portato alla nascita di suoi tanti alter ego tra cui Ziggy Stardust.

(romatoday.it)

“Questo particolare capitolo della vita di David Bowie era affascinante. – ha detto il regista – Lui è una cosa diversa per ciascuno di noi: per qualcuno è Ziggy Stardust, per altri il David Bowie degli anni ’80 e tutti gli alter ego che nascono da questo capitolo della sua vita. Un periodo in cui non era famoso. E’ difficile pensare che anche un’artista che poi ha avuto quella grande fama abbia vissuto un periodo così travagliato tra la ricerca dell’identità di artista e la paura della malattia mentale”.

David Bowie (Londra, 8 gennaio 1947 – New York, 10 gennaio 2016)

“Fin dagli esordi pensavo di avere qualcosa di importante da dire. In seguito ho cominciato a usare la musica come terapia, per cercare di capirmi”.

“Esprimermi è una necessità. Non smetterei mai di cantare. E’ una droga soprattutto quando sono a casa, circondato dai miei strumenti. Ogni giorno suono, scrivo testi sul mio notes, butto giù idee. La musica è nel mio sangue. Agli esordi avrei reagito diversamente, cercando con maggior forza un pubblico. Compongo perché non posso farne a meno. La musica ha la medesima importanza della mia famiglia”.

“Per i primi album il mio interesse era rivolto a scrivere dei luoghi comuni della fantascienza: razzi, marziani, pianeti. Nel periodo fra “Diamond Dogs” e “Young Americans” mi sono interessato più degli effetti del progresso sulla nostra società: la tecnologia, il crollo fisico della città, delle nostre individualità confuse dalle macchine. In seguito mi sono interessato allo sviluppo di una nuova lingua per il rock, che catturi il pensiero dei cittadino urbano. L’uomo prima pensava in frasi, ora il linguaggio è concepito per immagini composite, come in William Burroughs”.

“Ziggy Stardust è stato un mito. Mi ha fatto capire quanto i miti siano facili da creare, e quanto possono condizionare il lavoro creativo di un individuo. Mr. Stardust. è stato un piacevolissimo compagno di lavoro, ma non ho voluto che interrompesse il mio processo evolutivo. La sua vita è stata breve, 18 mesi in tutto, di cui 12 in tour. Mi sorprende che abbia ancora un seguito e che sia ancora vivo nelle menti di chi l’ha conosciuto. Forse è diventato popolare perché ha introdotto un nuovo vocabolario, una differente gestualità. In questo senso Ziggy Stardust è stato una pietra miliare. Quando penso a lui, lo faccio con molto affetto, ma non posso farlo troppo a lungo”.

“Rivorrei il vero senso di entusiasmo e partecipazione che emergeva verso la metà degli anni ’60. Per quanto superficiale fosse, si respirava la voglia di lavorare insieme per un sogno, un’utopia non ben identificata. Dovremmo provare quelle sensazioni sempre, come un flusso che attraversa e percorre le nostre vite e dà a esse un senso e una ragione del nostro agire. Purtroppo, tutto è evaporato velocemente. Vorrei che mi restituissero la solidarietà dei Sessanta”.

“Gli anni Settanta hanno introdotto una nuova concezione del rock, non solo grazie a me, ma a anche gruppi come i Roxy Music, che sono stati importanti nello sviluppare un nuovo tipo di pluralismo, di dualità, nel modo in cui ci proponevamo o nella musica. Il rock & roll oggi ha una storia perché noi abbiamo contribuito a crearla. Negli artisti che erano a Londra c’era la consapevolezza di lavorare a una forma di art-rock postmoderna che avrebbe trasformato la musica. Il rock non sarebbe più stato lo stesso dopo di noi”.

“Quando mi hanno proposto di interpretare “Stranger in a strange Land” (“L’uomo che cadde sulla terra”) ho subito accettato. In quel periodo ero alla ricerca di una forma di fantascienza interiore piuttosto che spaziale. Il rapporto col regista Nicholas Roeg è stato molto costruttivo”.

“Il punk rock stato come l’Avantgarde degli anni ’60: pochi la vivevano ma molti la teorizzavano. E’ nato da una necessità positiva di cambiare. Prima è esploso il fenomeno, poi sono arrivati gli artisti e i gruppi. E’ sempre difficile parlare di punk rock perché non si sa esattamente se è stata una moda o un fenomeno strettamente londinese”. Negli anni ’50 il rock & roll era il canto dei giovani che dicevano: abbiamo soldi, lavoro, siamo felici e ce ne andiamo di casa, ci ribelliamo, con la forza del denaro. Il punk significa: siamo poveri, brutti, arrabbiati e senza prospettive”.

“Dopo molti anni di stress e pressione negli Stati Uniti, decisi di trasferirmi a Berlino dove su di me c’era relativamente poca attenzione. Ho potuto finalmente rilassarmi e tornare a fare cose semplici, come sedermi in un bar sulla strada senza essere continuamente riconosciuto. Finalmente avevo una vita quasi normale. Lì ho capito quanto fosse importante per me scrivere. Musicalmente sono stato molto influenzato dai Kraftwerk, Tangerine Dream, Neu! . A Berlino c’era un’atmosfera particolare, simile a quella di New York. Anche la mentalità della gente è molto simile: a nessuno importa quello che fai, ognuno pensa alle proprie cose. E non pensano sia qualcosa di speciale incontrare una persona famosa in strada”.

“E’ l’album che meglio riflette il mio periodo berlinese. Più di “Heroes”. Prende spunto dai miei stati d’animo, da come vivevo. Contiene gli aneddoti di tutti i giorni. La maggior parte del mio lavoro si basa più su valori interiori e personali. Cerco di ascoltare la mia interiorità e poi di dargli una forma. Ma una cosa è chiara, non avrei saputo fare musica se non fossi stato completamente “prigioniero” dell’incantesimo di Berlino, con le sue strutture e le sue tensioni”.

“Invecchiando è aumentata l’autoesplorazione, l’analisi del mio passato, non tanto come persona ma come artista. Quando intraprendo questo percorso noto che ci sono delle tematiche comuni a tutto il mio cammino. Molte di esse hanno a che vedere con l’isolamento, l’ansietà, la domanda opprimente del nostro ruolo nell’universo, l’esistenza di forme intelligenti nello spazio. I temi sono gli stessi da 40 anni. L’approccio è cambiato frequentemente perché ho cercato di pormi la stessa domanda da prospettive differenti. L’immagine che mi piace è del cacciatore che cerca di stanare la preda e coglierla di sorpresa. Così faccio io con le domande che rincorro da sempre. So che è stupido illudersi di trovare una risposta, in quanto il senso dell’esistenza è inspiegabile, ma seguito a porle, e invecchiando aumenta l’intensità della richiesta”.

“Si deve sperimentare ogni cosa perché ogni cosa fa parte della vita. Prima accetti questo principio e meglio è. Una volta fatto, troverai un equilibrio, una serenità nell’accettare gli accadimenti che non va confusa con la debolezza. E’ semplicemente la comprensione di quel che stai vivendo nell’attimo esatto in cui lo vivi. Il resto è impossibile da comprendere. E’ insano pensare che tutto deve essere ordinato, strizzato, piegato, omogeneizzato, protetto. In India ci sarà di certo più sporcizia nelle strade, ma anche una comprensione infinitamente maggiore del senso pieno della vita. Non ci serviranno le macchine che produciamo in serie né gli hamburger di McDonald’s o le bottigliette di Coca Cola ad avvicinarci alla realtà della vita”.

“All’inizio pensavo di indossare le maschere solo sul palcoscenico. Ma c’è stato un periodo, in America, in cui le maschere sono diventate parte della mia persona. Ne sono dovuto uscire in fretta, prima di diventare totalmente nevrotico. Il ritorno in Europa mi ha aiutato a liberarmi da questi scheletri nel mio guardaroba”.

augusto.sciarra@radiotolfaeuropa.it

 

 

 

 

 

 

 

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