Radio Tolfa Europa

Ivano Fossati

(rollingstone.it)

Ivano Fossati, tutto per la musica

Pandemia. “Mi sono ritrovato durante questi mesi a leggere tutta la Recherche di Proust. Ho ascoltato dischi di jazz che magari avevo sentito da ragazzo e poi non avevo avuto modo di riprendere mai. C’è un modo di utilizzare questo tempo che un po’ ci fa andare indietro e riscoprire le cose, un po’ invece avanti, a cercare di conoscere ciò che abbiamo conosciuto meno: il nuovo r&b o i rapper oppure dischi di molto tempo fa, mai ascoltati o di cui non sapevo nulla”.

I Delirium. “Nel ’71 il prog era la cosa che circolava di più e noi non volevamo essere prog in alcun modo, eravamo cinque appassionati di jazz e di soul e tra i nostri artisti preferiti c’erano cose i Blood Sweat and Tears, Ray Charles e Joe Cocker. Canto di Osanna fu un grandissimo successo radiofonico, vendette moltissimo sia in Italia che all’estero, in particolare in Francia e in Germania. Il momento di maggiore fortuna per noi fu Dolce acqua. Il disco finì in top ten. Facemmo un grande errore: lasciarci convincere ad andare a Sanremo. Avevamo in mano un pezzo come Jesahel che era un successo annunciato. In Francia ne uscirono sei versioni, uscì anche in Vietnam. Noi come Delirium, però, perdemmo credibilità e diventammo un gruppo per adolescenti”.

“Ho sempre voluto stare lontano da certe passerelle che non sentivo mie negli anni ’70 come poi non le ho sentite mie per tutta la mia carriera. Odiavo farmi fotografare e andare in tv”.

Esordi. “Volevo essere uno che faceva la sua musica. Volevo essere uno che scriveva canzoni per sé e per gli altri”.

La dimensione letteraria nella canzone. “Si trova nei miei pezzi ma anche in quelli di Fabrizio De André naturalmente, Francesco De Gregori e altri ancora: la letteratura è quello che ci aiuta a scrivere con maggiore profondità, consapevolezza e ricchezza ed è un peccato che se ne faccia a meno oggi”.

“Nutro un amore sconfinato per la musica leggera italiana degli anni ’60, lì si sono messe le basi per una formazione culturale italiana molto più profonda di quanto si pensi”.

“Scrivere musica pop di successo è estremamente difficile. Penso a un gruppo come gli ABBA: scrivere cose come i loro successi è qualcosa di una difficoltà inimmaginabile”.

“Ora studio armonia, studio la chitarra, suono molte ore al giorno, anche il pianoforte”.

Note dal Passato: Ivano Fossati

“Molti cantautori all’inizio degli anni Settanta rinunciavano alla musica in favore delle parole e della letterarietà. Io voglio che ci sia molta musica nelle mie canzoni, ma voglio anche che ci siano molti pensieri”.

“A me piace un certo tipo di cinema. Sono convinto che una storia abbia bisogno di un contesto. Si può raccontare una storia d’amore, ma se non c’è uno scenario dietro non funziona. A me piace che alle spalle dei protagonisti si intravedano delle cose, uno sfondo, anche giocoso. Sono sempre stato innamorato delle canzoni che si possono vedere con gli occhi senza bisogno del video. Per esempio le canzoni dei Beatles si vedevano. Ricordo che “Eleanor Rigby” la vedevo come un film”.

“Sono innamorato di tutte le forme della canzone. Dalle canzoni “piccole”, commerciali, fino a Jacques Brel, Si tratta di arte popolare, che in certi casi arriva a livelli altissimi. Jacques Brel improvvisamente scrive “Ne me quitte pas”. Non credo che nel momento in cui l’ha scritta volesse diventare Prevert o Neruda, io credo che semplicemente stesse scrivendo una canzone.

“Sono molto interessato alla storia delle religioni”.

“O que serà” di Chico Buarque. “E’ una canzone meravigliosa. Prima di farla incontrai Chico Buarque. Poi provai a fare la traduzione cercando di rimanere il più vicino possibile al suo testo originario”.

Scrittori brasiliani. “Ho letto soprattutto Jorge Amado. Con  lui ho capito che c`era un altro modo di scrivere e anche un altro modo di pensare la vita. La scrittura dei latinoamericani, dei brasiliani in particolare, non è soltanto un modello letterario. E’ filosofia di vita, visione della vita totalmente differente da quella europea e da quella anglosassone. Fu per me una grandissima scoperta”.

“Fra Antonio Carlos Jobim e Eugenio Montale faccio poca differenza. Ritengo che la produzione poetica di Jobim attraverso la sua musica non sia per nulla inferiore alla meraviglia monumentale prodotta da un poeta come Montale. Ho tanto amore e tanta gratitudine per Montale”.

Vinicius de Moraes.  “De Moraes pur essendo un poeta, un uomo colto, scrisse canzoni che sarebbero state comprensibili anche dall’ultimo uomo della strada, con significati profondi, ma assolutamente comprensibili da chiunque. E’ proprio quella la vera grandezza”.

“Fra Antonio Carlos Jobim e Eugenio Montale faccio poca differenza, fra Sibelius e Pasolini preferisco il secondo, fra l’intera “scuola di Vienna” e Bertolt Brecht comprendo meglio lui. L’autore di canzoni non confessa volentieri di nutrirsi di poesia. Ho imparato a conoscere Vinicius De Moraes perché scriveva canzoni insieme a Toquinho, nel Brasile degli anni Settanta. La meraviglia di quelle composizioni era, ed è tutt’ora, che suonavano semplici”.

“Il pop è un limbo del divertimento, vivissimo, in cui amo cullarmi, pieno di obbrobri assoluti ma anche di talenti autentici. Per esempio Lady Gaga quando suona da sola il piano ti rendi conto che, tecnicamente, è bravissima”.

“Potrei vivere a Guadalupe o ai Caraibi. Ho una casa a Nizza dove vado appena posso, anche da solo. Nizza ha la capacità straordinaria di girarsi di spalle: non gliene frega niente dell’Italia, di Sanremo, dei canali Rai”.

“I mestieri della musica praticati a livello davvero professionale sono tutt’altro che semplici. Oggi sono in stretta relazione col mercato e con l’industria musicale audiovisiva internazionale”.

“Siamo il paese di Rossini, Vivaldi, Paganini e Verdi. Oggi entrare nel mondo della musica non significa dedicare una vita alle canzonette. C’è un orizzonte ben più vasto, una interconnessione fra generi e mondi musicali diversi”.

“Dentro la musica c’è spazio per crescere e capire cose che a prima vista appaiono lontane dagli argomenti strettamente artistici. Il compito di un artista è osservare per saper raccontare. Le canzoni prima ancora che con la musica e col proprio talento si scrivono con gli occhi”.

“La politica, nel senso degli uomini che la abitano, mi ha sempre chiesto qualcosa. C’era sempre qualcuno che chiedeva. Era difficile che i politici venissero in camerino semplicemente per farmi i complimenti per una canzone o per un concerto o a parlarmi disinteressatamente. C’era sempre una richiesta, anche piccola. Questa costante di richieste alla lunga mi ha stancato e mi sono totalmente distaccato da quel mondo”.

Musicista, compositore, poeta, produttore. “Sono principalmente un musicista. Ma mi hanno sempre chiesto molto più conto delle parole che non della musica. Avrei voluto che la gente avesse avuto più attenzione per la musica, non soltanto la mia, anche quella degli altri. In Italia si parla tanto di parole, di concetti, di sottotesti, di che cosa si sia voluto dire. Come se le canzoni fossero sempre teatro o letteratura, invece non è così. La musica dice altrettanto delle parole”.

“Gershwin era un genio, vedeva oltre il presente e ha fatto musiche che resistono ancora oggi, da un Americano a Parigi a Summertime a Rapsody in Blu. In pochi anni è diventato tra i musicisti più stimati da maestri come Ravel, Stravinsky e Schonberg. Quando aveva solo 24 anni Rubinstein lo definì un grandissimo compositore e le sue musiche furono dirette da Toscanini e da Zubin Mehta. Da ebreo di Brooklyn in soli 35 anni della sua vita diventò tra i più ricchi compositori al mondo, con una fama planetaria, mantenendo però un fondo di tristezza. Affermava: Io sono un povero ebreo triste”.

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