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La musica da leggere: “La mia Amy. Amy Winehouse nel ricordo del suo migliore amico” (Tyler James)

Amy Winehouse e Tylaer James si sono conosciuti nel 1996, alla Sylvia Young’s Theatre School. La loro amicizia, dopo un breve flirt, è stata una delle pochissime costanti della vita della cantante. 23 luglio 2011: Amy aveva promesso all’amico che avrebbe smesso di bere. Il nuovo inizio era pronto: palestra in casa, jukebox, la voglia di tornare a comporre canzoni. Purtroppo il destino aveva scritto per lei un finale diverso. Tyler James lo racconta nella biografia che mostra l’essere umano tra luci e ombre, lo scontro tra due donne: la Amy intelligente, ironica, ricca di talento, l’anti-rockstar desiderosa di normalità; l’altra Amy votata all’autodistruzione, che negava la sua dipendenza da alcol e droghe, che entrava e usciva da cliniche e ospedali.

(vanityfair.it)

Tyler James e Amy Winehouse si sono conosciuti a scuola e hanno stabilito un legame immediato e vissuto insieme dalla tarda adolescenza fino al giorno in cui Amy è morta, all’età di soli ventisette anni. Tyler è stato costantemente al suo fianco. Dai primi spensierati anni in tournée insieme, fino alla creazione del pluripremiato album Back To Black , che Amy ha scritto sul pavimento della loro cucina. Le è stato vicino durante l’instabile matrimonio con Blake Fielder-Civil, le sue crescenti dipendenze, l’autolesionismo e i disturbi alimentari, e ha visto come la natura tossica della fama abbia distorto la sua realtà. Negli ultimi tre anni della vita di Amy, sconfitta la dipendenza dalla droga e vicina a superare anche l’alcolismo, Tyler è stato con lei praticamente ogni giorno. E ha conosciuto meglio di chiunque altro la vera Amy Winehouse. A quasi 10 anni dalla scomparsa della cantautrice, Tyler James la racconta in “La mia Amy”.

(rollingstone.it)

Tyler James: “Diverse persone hanno provato a raccontarla con libri e documentari, ma ognuno ha dato una versione diversa, un punto di vista che differiva in molti aspetti. Amy era la mia migliore amica e per me guardarla era come guardarmi in uno specchio. Per questo ho deciso di raccontare le cose come stavano, per onorare la sua memoria, ma anche per mostrare davvero tutta la verità su di lei. Amy mi diceva sempre che ogni volta che avevo un problema o ero tormentato da qualcosa, dovevo scriverlo, metterlo nero su bianco. Ho iniziato a farlo, su pezzetti di carta o salvando delle note nel mio telefono. Ho cominciato il giorno stesso della sua morte: erano appunti, pensieri, cose di cui non ho parlato a nessuno per molto tempo e che solo qualche anno fa ho preso a organizzare in forma di libro”.

(rockol.it)

Tyler James, con il libro “La mia Amy”, ha un solo obiettivo: ridare voce a quell’anima fragile. “L’ho fatto per me, ma anche per lei, per ristabilire una verità. Amy, spesso, viene raccontata per quello che non era. Da tre anni aveva preso a calci l’eroina, era pulita e stava lottando per gettarsi alle spalle anche l’alcol. Questo, però, non le viene riconosciuto. Si riduce tutto, in modo troppo semplice, a una ‘storia rock’ di eccessi”.

“Cercava sempre di essere la persona che pensava di dover essere. Ero arrivato a odiare il personaggio Amy Winehouse, io volevo solo Amy. Non aveva mai voluto diventare famosa. Quando iniziammo a fare musica da ragazzini non pensavamo al successo, a tutto quello che sarebbe potuto accadere. Voleva fare la cantante jazz, ma avendo una vita semplice. Non voleva essere una star. Lei era sempre ribelle, ma se ci guardavamo dentro trovavamo delle affinità: eravamo due introversi, complicati, ossessionati dalla musica. Mi ricordo che durante un litigio le dissi: “è meglio vivere come Amy piuttosto che morire come Amy Winehouse”, cercando di farle capire che non doveva farsi condizionare da quello che dicevano o scrivevano su di lei”.

Ad Amy Winehouse erano stati somministrati antidepressivi fin dall’età di quattordici anni. L’esplosione mediatica che la avvolse, segnò la sua vita, mandandola in mille pezzi. “L’inizio dei disturbi alimentari di Amy, una lotta continua tra anoressia e bulimia, coincise con il successo, con i tour. Fummo entrambi improvvisamente proiettati in un mondo di servizi fotografici e video. Per lei era un costante rivedersi ovunque, questo la portò a un’ossessione malsana per il fisico mai sperimentata prima. A nessuno importava come questo influisse sulla sua salute mentale”.

L’autore racconta di quando Winehouse invitò a casa una senzatetto, permettendole di dormire sul divano per dieci giorni e dandole dei soldi. “Non sapevamo come avrebbero reagito i media davanti ad alcune situazioni che per noi potevano essere normali. Era un costante giudizio e pregiudizio su quello che la riguardava, dalle piccole cose al martellante richiamo all’uso di droghe. Attribuisco il suo senso crescente di solitudine alla celebrità. La tagliava fuori dal mondo e dalla società, le impediva di essere trattata come gli altri. Negli ultimi tempi Amy non voleva morire. Il desiderio di morte non c’entrava niente con l’alcolismo, lei voleva solo essere normale”.

Note dal Passato: Amy Winehouse

“Sono cresciuta a Southgate nella parte nord di Londra. Mio zio Leo suonava il sax ma non l’ho mai conosciuto: è morto quando avevo sette anni. Anche mio cugino Brian è un musicista e mia madre suona il piano”.

“A quindici anni mi sono fatta tatuare Betty Boop sulla schiena. Ogni volta che cambio boyfriend aggiungo nuovi tatuaggi. I miei preferiti sono un cavallo e un vecchio marinaio. Sul corpo ho molti tatuaggi di donne nude. Mi piacciono le pin-up. Mi sento più uomo che donna, ma non sono lesbica. Comunque non prima di una Sambuca”.

“Credo che la fede sia qualcosa che abbia a che fare con il tuo spirito. Credo molto nel karma e nel destino. In giro c’è un mucchio di gente che vive come un cane, senza amici, parenti o famiglia. So che la felicità nasce soprattutto dalle relazioni sociali”.

“Non è facile convivere con la popolarità. La mia vita non è differente da quella della gente comune: se voglio uscire di casa ubriaca in pigiama alle cinque di mattina sono affari miei. Non è un reato, né provoca danni alla sicurezza pubblica. Fare musica è il mio lavoro, ma se quello che mi propongono non mi piace posso anche rifiutare”.

“La stampa m’infastidisce, soprattutto quando finge di preoccuparsi del mio stato mentale, sbattendomi in copertina solo per vendere di più. Io amo bere. Probabilmente, se ricordo bene, ero sbronza anche a Miami, Florida il giorno delle nozze. Probabilmente è la cosa più irresponsabile che abbia fatto, ma la stampa ha sempre mostrato una stupida e morbosa curiosità al riguardo”.

“Non ho mai voluto che i giudizi dei media condizionassero la mia vita. Sarei felice di cantare per sempre in una coverband. La musica riflette il mio modo di essere, la mia sensibilità e la mia voce. Il pubblico è la mia arma segreta. Lo adoro perché mi applaude anche quando non sono in forma”.

“Ho rinnovato il look della scena londinese. Ho fame di musica, di vita autentica, non di denaro e copertine dei rotocalchi. Vivo in un angolo della società non sotto i riflettori del gossip. Penso che nessuno abbia portato in scena questo tipo di musica, effervescente e diretta. Quando ascolto le hit della Top 10 mi accorgo che questa gente non ha anima”.

“Le radici e il cuore della mia musica sono le canzoni soul e rhythm & blues degli anni ’60. Oggi è molto difficile ricreare il feeling naturale e istintivo di quelle canzoni”.

“Dò retta solo alla bambina che è dentro di me. Da quando avevo quindici anni i miei genitori si sono resi conto che avrei fatto solo quello che volevo. E così è stato”.

 

 

 

 

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