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La musica da leggere: Lucio Dalla – E ricomincia il canto (Jacopo Tomatis)

(culturamente.it)

Questa raccolta di interviste di Dalla – rilasciate a giornalisti come Bocca, Mollica, Dandini e Piperno – offre il ritratto sia dell’artista poliedrico sia dell’uomo dietro il cantante, con gli eventi più intimi che lo hanno colpito nel profondo: la morte del padre quando è ancora un bambino, l’intenso rapporto con la madre, la passione per il basket, la devozione per Padre Pio, la prima volta a Sanremo, l’amore per Bologna, le opinioni politiche, le paure.

Dall’esordio discografico nel 1964 – avvenuto grazie a Gino Paoli che, dopo averlo sentito cantare, lo mette in contatto con la Rca italiana – Dalla passa per gli anni Settanta, Ottanta, Novanta e Duemila evolvendosi di decennio in decennio. Il cantautore bolognese firma brani ironici, leggeri e scherzosi come “Pafff…Bum” (Festival di Sanremo nel 1966), pezzi dal sapore retro che ricordano il fado e il folk come “4 Marzo 1943”, canzoni politiche, dischi più mainstream e commerciali.

(lastampa.it)

Una raccolta dei colloqui che il cantautore bolognese concedeva ai giornali. Generoso e ironico, parlava delle sue passioni: Padre Pio, il basket e Braccio di Ferro.

(libraccio.it)

Ritratto di un artista che non si è mai negato ai microfoni, concedendosi a intervistatori di tutti i tipi – da Giorgio Bocca a Gianni Morandi, da Monica Vitti a Vincenzo Mollica – esponendosi fino a mettere a nudo la sua più profonda intimità: la morte del padre a sette anni, l’intenso rapporto con la madre, i palchi calcati da adolescente auto-didatta al fianco di Charles Mingus, Bud Powell ed Eric Dolphy, i film con i fratelli Taviani e Mimmo Paladino, la passione per il basket, la devozione per Padre Pio, l’amore e il sesso, la creatività, la censura, le opinioni su venerati maestri e giovani esordienti – da Chet Baker ad Alanis Morissette, da Prince ai Nirvana -, le malinconie e le paure.

(rollingstone.it)

Negli anni che vanno dal 1966, con la prima intervista selezionata rilasciata a L’Intrepido, al 2011, quando Panorama intervistò Dalla insieme al compagno di avventure musicali giovanili Pupi Avati, il musicista tiene insieme sé stesso in un percorso che è di evoluzione, apertura, avvicinamento al mondo in modo sempre più evidente ma pure estrema nitidezza di sé, autoconsapevolezza, precisione di intenti e desideri. Molte le voci in queste interviste rilasciate a nomi di differenti estrazione e mondi culturali, da Monica Vitti (a propostito del fumetto e in particolare di Braccio di Ferro) a Ludovica Ripa di Meana su L’Europeo, passando per Lorenza Pieri su Minima & Moralia e Vincenzo Mollica su Rai 1 fino alla famosa con Giorgio Bocca su L’Espresso per l’uscita di Dalla, il disco di enorme successo del 1980.

Dalla crede in Dio, crede nell’amore, ma prima di tutto crede nell’uomo, nel “pianeta-uomo”. Credeva in Padre Pio – che fin dall’infanzia, con la madre di Manfredonia, era solito venerare in terra di Puglia – apprezzava i Nirvana e i Soul Asylum, detestava le droghe (aveva visto la droga trasformare grandi musicisti come Chet Baker in uomini disperati pieni di violenza).

Dagli inizi come jazzista a quando trovò Tenco morto nella sua stanza d’hotel a Sanremo, fino all’amore per i suoni contemporanei e per la figura del dj, passando per il rapporto con il denaro e con i live, con De Gregori e con Bersani, ma pure per quella volta in cui uno spettacolo di Laurie Anderson a teatro a New York lo fece innamorare del Fairlight, per il feeling con Morandi, il lavoro con Malavasi, la relazione con Bologna e il fatto che si possa “vivere umanamente” solo da Roma in giù, questo libro è una sintesi non sintetica del pensiero di uno degli artisti più straordinariamente ricchi dell’umanesimo novecentesco italiano.

(rivistastudio.com)

Jacopo Tomatis: “Dalla, al contrario dei grandi cantautori della tradizione da De André e Gaber, si è concesso a tutti, comprese le testate più piccole e sconosciute, dicendo puntualmente tutto e il contrario di tutto. Si è contraddetto raccontando balle e mitologie personali in realtà mai esistite”.

“Queste interviste mostrano come il suo intento fosse quello di arrivare a più persone possibili. Aveva una sorta di ossessione per il “pubblico”. Si preoccupava di dire cose che interessassero alla gente. È andato verso il nazionalpopolare in maniera consapevole, senza paura. La differenza con De André e gli altri sta nell’essere stato capace di scrivere dischi progressive con Roberto Roversi e brani da classifica come “Attenti al lupo“, fino a presentarsi in bermuda, col parrucchino di Cesare Ragazzi, al Festivalbar”.

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