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Chef Rubio

“La cucina, per me, è un mezzo per parlare di cultura, di popoli. L’arte culinaria è un tramite, il punto di partenza e quello di arrivo sono le persone, il loro vissuto, la loro storia, il territorio”.

“La mia cucina dei sogni deve avere un camino, egli animali domestici che mi girano intorno, grandi finestre per godere della luce naturale”.

“Ho una grande passione per le arti audiovisive e fotografiche. Nei miei scatti cerco di raccontare la mia esperienza diretta, che non è finalizzata a raccontare solo sapori, odori, tradizioni e culture diverse. Quello che cerco è l’incontro di persone. Senza questo incontro tutto il resto, il mio viaggio, sarebbe secondario e superfluo”.

“I tre film che ritengo fondamentali, che sono stati utili per la mia maturazione artistica sono Bus 174 di José Padilha, Blackfish di Gabriela Cowperthwaite, Once Brothers di Michael Tolajian”.

“Il cinema ha cambiato gli eventi della storia e sempre lo farà. Non è mai stata la storia ad essere rappresentata dal cinema, ma spesso è stato quest’ultimo ad aver influito sul corso degli eventi, raccontandoli, storpiandoli, esaltandoli”.

“Mi sono formato all’ALMA, la scuola internazionale di cucina italiana istituita da Gualtiero Marchesi. Sono cresciuto sotto la guida di Alessandro Breda, chef del ristorante Gellius di Oderzo. Ho dei bellissimi ricordi degli chef che hanno accompagnato la mia formazione, e di alcuni compagni di corso con i quali ho legato”.

“La cucina Sud-Coreana è quella che più mi ha spiazzato, non credevo fosse interessante quanto quella giapponese. La cucina Sud-Coreana presenta molti piatti contenenti interiora, come il “quinto quarto”, zuppe fredde o calde. E’ una cucina che non getta via nulla, non vi sono sprechi, il tutto è abbinato a qualche alimento che fa bene alla salute. E’ una cucina anche salutistica, come quella persiana. Mi affascina tutta la cucina medio orientale per la cura del dettaglio, l’armonia nel piatto. La cucina del Giappone che mi ha lasciato il segno. E’ una cucina di tradizione millenaria”.

“Sono restio a definire un piatto un’opera d’arte. Un buon piatto è composto da tante piccole emozioni scaturite dal momento. Un buon piatto, seppur gustoso, è veramente effimero. Non ho un’opera in particolare che mi emoziona. Per lo più è l’intera arte di Saudek ad emozionarmi, un fotografo che dipinge con la tecnica dell’acquerello su fotografie in bianco e nero, traendone uno stile particolare e riconoscibile”.

“Il mio impegno sociale è nato quando ero piccolo e si è consolidato nel tempo. Alle medie, durante la guerra del Kosovo, in Eritrea e in Etiopi, nascevano dibattiti in classe, ci confrontavamo. Al liceo e all’università l’impegno si è rafforzato. Andando in giro per il mondo, la presa di coscienza su importanti questioni è diventata sempre più profonda. Presa di coscienza anche delle bugie che ci vengono propinate e per le quali quasi nessuno fa molto. Siamo in tanti ad infastidirci, ma dovremmo trasferire il fastidio dal multimediale al reale. I miliardari ci hanno mangiato, ci stanno mangiando e glielo stiamo permettendo. Sta vincendo il denaro, stanno vincendo i più furbi e i più prepotenti. Siamo passati dal saccheggio dei campi al saccheggio dei corpi, delle menti e della biodiversità”.

“A 22 anni ho deciso di lasciare il rugby e di trasformare la passione per la cucina in un lavoro. Rugby e cucina hanno una cosa in comune: devi assumerti le tue responsabilità per fare vincere la squadra”.

“Il format tv “Camionisti in trattoria” mi ha fatto scoprire un mondo variegato, fatto di sacrifici, impegno, che ha una sua cultura, quella della strada che non si può imparare sui libri o facendo delle ricerche su google. Nei camionisti ho scoperto una grande saggezza maturata dal vissuto diretto. Durante i viaggi ho capito che, talvolta, il loro tipo di approccio alla vita può essere terapeutico, lo consiglierei a chi vuole guardarsi dentro.  E’ vero che dove ci sono i camionisti di solito si mangia bene, anche se ci sono delle eccezioni. I posti che ho visitato non avevano nulla da invidiare ai ristoranti blasonati, erano tutti in prossimità delle reti stradali, con un rapporto qualità prezzo giusto ed un buon livello qualitativo”.

“Il rugby mi ha insegnato la disciplina. Lo scontro diretto ti mette di fronte ai tuoi limiti e a quelli degli altri, fa capire che nessuno è totalmente invincibile”.

“Metto a disposizione la mia immagine per diffondere la cultura dei diritti umani e delle libertà civili e difendere ogni violazione di queste”.

“Dietro ai fornelli ho il mio momento di pace. I miei menù nascono a bordo di un aereo o cambiando un treno. Le mie ricette devono essere buone alla prima. Non ho tempo per prove e sperimentazioni”.

“Ho mangiato di tutto e in tutto il mondo. Credo di aver ingerito 100 volte quello che un uomo normale consuma nell’intera vita”.

“Prima per il rugby, poi per la cucina sono stato e lavorato in Nuova Zelanda, Canada, Corea del Sud, Finlandia. In Brasile nel 2016 ho fatto parte del comitato Paralimpico. In Australia ho preso parte al convegno dei 100 chef da tutto il mondo. In Guatemala mi sono occupato del fondo agricolo delle Nazioni Unite e dei danni causati alle popolazioni rurali costrette a cambiare le colture per i cambiamenti climatici”.

“Ho mangiato in ristoranti stellati, di alta cucina, e nelle bettole. Devo variare perché altrimenti mi annoio. Quando mangi un piatto stai guardando, ascoltando, toccando e assaporando il racconto di una persona, la sua esperienza. Siamo tutti delle esperienze in giro per il mondo”.

“La musica è fondamentale per dare un’anima a ciò che stai mangiando”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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