Radio Tolfa Europa

Renzo Arbore

“Sono partito dalla musica. Vorrei saper suonare bene il clarinetto. Invidio Stefano Bollani, il più grande pianista jazzista italiano”.

“Sono stato un ragazzo di provincia molto timido. All’inizio parlare in pubblico era per me come uno shock. Ricordo che, quando l’ho dovuto fare alla radio e alla tv, ho bevuto due bicchierini di cognac una volta e uno di whisky in un’altra occasione prima di andare in onda. Alla radio e in tv si parlava un italiano perfetto, io invece avevo un accento mezzo napoletano e mezzo pugliese”.

“Sono nato a Foggia. Molti sono convinti che sono napoletano. Ho la cittadinanza napoletana che mi è stata data ufficialmente anni fa. Ho vissuto a Napoli, la mia cultura è quella napoletana. Mia madre era napoletana, mio padre faceva il dentista a Napoli, mio fratello è nato a Napoli. Napoli è la capitale della cultura meridionale.. La cultura del Sud fa capo a Napoli, che ha avuto dei periodi di grandissima fertilità artistica. Le melodie più melodiose del mondo sono state scritte a Napoli dalla metà dell’800 fino a Pino Daniele, ma anche da compositori non napoletani come Dalla, che ha scritto ‘Caruso’, Modugno, pugliese come me, che ha scritto Tu sì ‘na cosa grande”.

“Foggia è stata utilissima per la mia preparazione. La provincia mi ha stimolato a studiare, a imparare, a leggere. C’è un’umanità che in provincia si può incontrare al bar o al corso: ricchi, poveri, intelligenti, furbi, lavoratori, figli di papà, onesti e disonesti”.

“L’artista ha un vantaggio rispetto agli altri mestieri: non è razionale. L’artista sfugge alle regole. Fontana fa uno squarcio sulla tela ed è artista come Modugno che canta Lu pisci spada. L’artista è longevo. Io ho imparato da personaggi più vecchi di me: Roberto Murolo, Louis Armstrong, Totò, Charlie Parker, Ruggero Orlando. Ancora oggi guardo al passato”.

“Mio padre era melomane, mia madre cantava le canzoni napoletane, mia sorella era soprano. Quando ho scoperto il jazz ho capito che era molto più importante della canzonetta. Ho comprato una tromba, che poi ho ceduto in cambio di un clarinetto. Frequentavo un circolo che si chiamava Tre Bis, dove c’erano gli artisti della mia città. Ho contribuito a dare vita al Jazz College e poi alla Taverna del Gufo, un cabaret dove venivano scritturati Roberto Benigni, Massimo Troisi, Carlo Verdone, Enrico Montesano, Pippo Franco. Io suonavo il clarinetto, facevo dixieland”.

“La tv urlata, prima o poi, segnerà il passo. Non sono mai stato per una tv educativa o pedagogica, ma questo non vuol dire che l’offerta debba essere diseducativa. Il problema nasce quando si segue la dittatura dell’Auditel, del botteghino , della tiratura per i giornali e dell’incasso per i teatri. Così facendo si rincorre il gusto di una maggioranza che spesso è poco attrezzata culturalmente. Bisognerebbe essere meno ossequiosi del mercato”-

“Sono specializzato in cucina da single e da supermercato. So dire quale è il miglior tonno, i migliori piselli in scatola, i ceci, la crema pasticciera, il ragù alla bolognese”.

“Sono stato un divulgatore e lo sono ancora. Ho sempre creduto nella diffusione di messaggi semplici, alla portata di tutti, che mirino a sensibilizzare e ampliare il pubblico. Non condivido l’idea di relegare la cultura a un ristretto gotha di intellettuali”.

“L’altra domenica” è emblematica della mia carriera. In quel programma ho pronunciato per la prima volta la frase: “da dove chiama?”. Bisognava avere il coraggio di fare intrattenimento, in maniera diversa dai mitici varietà di un tempo. Ci sono stati, per fortuna, direttori generali innovatori come Bernabei, Agnes e Cattaneo. Quest’ultimo ebbe il coraggio di portare a Raiuno il gioco dei pacchi, condotto da Bonolis”.

 

 

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