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Teatro: Ascanio Celestini

“Bisogna parlare delle cose che non esistono più, come la della Seconda Guerra mondiale o la Fabbrica, l’eccidio alle Fosse Ardeatine. Anche nell’attualità della politica questi argomenti vengono citati”.

“Mi occupo di periferie perché ci sono nato. In televisione e sui giornali parlano di periferie quando le periferie diventano scandalose, quando viene ucciso qualcuno, quando scoppiano violenze o quando si parla di degrado”.

“Anni fa studiavo antropologia. Il mio mestiere era fare interviste, raccogliere materiale orale, storie delle tradizioni, fiabe e leggende. Le prime cose erano i racconti di mia nonna che aveva un repertorio di storie di streghe. Poi sono passato a storie di vita, ai racconti di esperienze personali, la seconda guerra mondiale a Roma, i giorni dell’occupazione antifascista. Mi sembrava che nel teatro ci fosse la possibilità di tenere vive le storie che raccoglievo, quel patrimonio del racconto orale. Ho smesso di fare l’antropologo e ho cominciato a fare il teatrante, il narratore”.

“La memoria serve nel presente e anche nel futuro. La memoria storica mi serve per capire quello che mi sta succedendo”.

“Nei miei spettacoli racconto storie di lavoratori precari, di razzismo, di carcerati, di matti, di gente che vive ai margini. Sono storie che non vengono raccontate o lo sono in maniera semplificata”.

“Quando ero ragazzino stavo in una borgata che si chiama Morena. La Roma di quando ero ragazzino era la periferia che stava a un paio di chilometri fuori dal raccordo anulare. Roma è una città che è fatta di tante periferie, sono ghetti, club con abitanti che conoscono a malapena il centro della città e il proprio settore. Ci sono periferie che le persone le conoscono esclusivamente perché ci abitano. Io credo che se ad un romano chiedi dove sta Casal del Marmo o San Basiglio non te lo sa dire. Sono pochissimi i romani che saprebbero mettere il dito su una mappa della città e dire dove stanno una serie di quartieri”.

“Amo Roma, la “città eterna”. L’eternità di questa città è un po’ la sua dannazione, dà la sensazione che non cambi mai, che sia sempre la stessa, con tutte le sue pecche. Ma è una città che quando l’attraversi, non attraversi solamente un luogo, ma anche il tempo”.

“Un’opportunità dell’arte è quella di fornire una sorta di massaggio per il cervello, tenerlo allenato, farlo funzionare, creare contraddizioni”.

“Non sono uno storico, non vado nella storia per la Storia. Non sono neanche un giornalista e non mi occupo dell’attualità per indagare il presente. Quando faccio le mie interviste non cambia se sto di fronte a un partigiano o a un giovane lavoratore precario. A me interessa l’individuo, la sua storia personale: da dove viene, la sua famiglia, la sua formazione, dove vive. Scrivo sempre per il teatro, racconto delle storie come strumenti che utilizziamo da sempre per comunicare e confrontarci con il contemporaneo”.

“Non voglio raccontare la sofferenza umana, ma la condizione umana. Una cornice molto più ampia”.

 

 

 

 

 

 

 

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