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Calcio: Carlo Ancelotti

“Dopo l’avventura al Real Madrid potrei smettere. Se il club mi tenesse qui per dieci anni continuerei ad allenare. Mi piacerebbe passare più tempo con i miei nipoti, andare in vacanza con mia moglie, viaggiare, andare in Australia a Rio de Janeiro, andare a trovare mia sorella più spesso”.

“Nel mio futuro ci potrebbe essere una Nazionale. Si vedrà per il Mondiale del 2026”.

 “Mi chiamo Carlo Erminio, come mio nonno. A Reggiolo stavo benissimo. Mio padre Giuseppe era mezzadro. Curava un terreno di circa 8 ettari. C’erano grano, mais, una vigna, barbabietole da zucchero, dieci mucche da latte, delle galline. Come mezzi agricoli c’erano un trattore Fiat, una falciatrice. Ricordo quando arrivava il padrone. Davanti al mucchio di grano tracciava una riga col bastone, metà era suo e l’altra metà per mio padre. Prendeva le galline più belle e grasse, le restanti erano per noi. Andavo in bici. A 13 anni ho vinto i Giochi della Gioventù. Il mio vero amore era il calcio”.

“Dopo le medie avrei voluto studiare Agraria, poi ho scelto la scuola di elettronica”.

“A Roma mi sono trovato benissimo, è una città meravigliosa dove si fa amicizia facilmente, c’è un’atmosfera particolare. Milano è più chiusa di Roma e Torino più chiusa di Milano. A Roma ho ancora molti amici. A Parma non c’è mai stato feeling né con la società né con la città. Non mi hanno mai apprezzato”

“Nils Liedholm amava la tecnica, interpretava le partite non come distruzione dell’avversario ma come esaltazione delle doti dei suoi giocatori. Ha imposto la difesa a zona, non si è mai stancato di insegnare calcio. Sacchi è stato un grandissimo maestro di tattica: difesa alta, pressing, allenamenti quasi più impegnativi delle partite. All’epoca noi giocatori ci divertivamo giocando a carte. Oggi, dopo cena spariscono tutti, ognuno in camera sua con la PlayStation, pc, cellulari”.

“Alla Juventus mi odiavano per aver giocato nel Milan. Però tutto era organizzato in modo fantastico, un club di alto livello”.

“Mi piacerebbe diventare un insegnante di calcio a livello universitario, ricevere un titolo dalla UEFA o qualcosa del genere per fare esami a chi si occupa di calcio, vedere quanto ne sa. Quando avrò chiuso la mia carriera resterò tifoso di Real Madrid e Milan”.

“Mi dicono che sono troppo buono, in particolare i presidenti delle squadre. Ma io ho il mio carattere e non lo cambio. Ho imparato a essere calmo osservando mio padre, non era mai nervoso o arrabbiato. La vita era dura, la nostra famiglia era povera, mio padre lavorava la terra e viveva di fatica e disciplina, ma il clima in casa era sereno”.

“Non ho particolari ansie da prestazione. Arrigo Sacchi diceva: “Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”. Bisogna essere pragmatici, fare autocritica, riconoscere i propri errori e poi andare avanti”.

“Sono amico di molti campioni con cui ho lavorato. Non ho mai avuto problemi a esercitare la mia autorità. Le decisioni le prendo io e un professionista le deve accettare. Poi si ride e si scherza”.

“Le mie ginocchia sono messe piuttosto male. Nonostante la mia fama di buongustaio mi sono avvicinato alla cucina macrobiotica. Cerco di eliminare i latticini, carne rossa e caffè. Seguo un’alimentazione che mi fa stare bene e mi toglie i dolori”.

“Milanello è stata per 13 anni la seconda casa. Ricordo il periodo da giocatore con una stanzetta piccola. Quando sono diventato allenatore mi hanno dato la famosa numero 5, la stessa di tutti gli allenatori del Milan a cominciare da Nereo Rocco ad arrivare a Stefano Pioli. Milanello era come entrare a casa, in una famiglia”.

 

 

 

 

 

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