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Olimpiadi Tokyo 2020 – I campioni italiani

Lucilla Boari (bronzo, arco femminile)

“E’ una medaglia storica. La dedico alle donne che sono le più forti”.

“Mio padre tirava da giovane. È stato lui il mio primo allenatore. Quando ho iniziato a ricevere conferme dagli addetti ai lavori ho capito che sarebbe stata la mia strada. Il tiro con l’arco è la mia vita”.

“Ci sono momenti in cui tutto sembra semplice, i punteggi arrivano e sembra di galleggiare. In quei momenti l’arco è leggero. Altre volte si vive con frustrazione”.

“Nei momenti liberi guardo la tv, ascolto musica, amo stare con gli amici, andare a mangiare una pizza”.

Simona Quadarella (bronzo, nuoto 800)

“Mio padre faceva per hobby l’istruttore di nuoto e mi ha messo in acqua quando avevo pochi mesi, poi ho fatto i vari corsi”.

“Il soprannome “Veleno” me lo ha dato mia madre. Dopo una gara, da piccola, mi ha detto che “sprizzavo veleno”. Avevo grinta. Ho sempre sognato di diventare una nuotatrice, gareggiare, vincere”.

Irma Testa (bronzo, pugilato)

“Oggi sono più matura, sono più consapevole della mia boxe”.

“La boxe femminile in Italia ha un livello pazzesco, abbiamo tanti bravi maestri, tante scuole, ci abbiamo sempre creduto”.

“La prima cosa che ha fatto Lucio Zurlo, il mio maestro, è stata darmi un hobby che non fosse quello di stare in strada con persone che prendono scorciatoie. Mi ha insegnato i valori della vita, il rispetto per le persone, mangiare bene, parlare l’italiano corretto. Solo dopo mi ha insegnato la tecnica del pugilato, combattere, metterci il cuore, la grinta. È un maestro di vita. Per qualsiasi problema chiamo il Maestro”.

“Quando smetterò di competere andrò a fare la poliziotta. Potrò decidere se andare in strada o stare in ufficio. Grazie allo sport è possibile crearsi un futuro, un lavoro”.

Mauro Nespoli (argento, tiro con l’arco)

“Il tiro con l’arco può attrarre nuove generazioni. Bisogna intendere l’arco in maniera giocosa. Io ho conosciuto il tiro con l’arco in montagna, durante una vacanza”.

“Ho sempre amato leggere, in particolari libri di avventura e fantasy. Ho letto opere di Clive Cussler, George Martin. Ultimamente sto appassionandomi alla cucina, a lavorare con la resina epossidica”.

Antonino Pizzolato (bronzo, sollevamento pesi)

“È stata un’emozione incredibile l’essere stato il primo atleta della Valle del Belice a partecipare alle Olimpiadi. E’ stato da sempre il mio sogno. Ho sempre pensato alle Olimpiadi sin dal primo giorno che ho iniziato a praticare questo sport”.

Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Federico Burdisso, Alessandro Miressi, (bronzo, nuoto, staffetta 4×100 mista uomini)

“Siamo al settimo cielo, sapevamo che le prime due equipe erano irraggiungibili. Ma ce l’abbiamo fatta contro la Russia che in Europa ci aveva battuto. Questo ci rende orgogliosi”.

“Essere terzi è un ottimo risultato, è una base di partenza solida per il futuro”.

Gianmarco Tamberi (oro, salto in alto)

“Io e Mutaz Barshim abbiamo deciso di dividerci la medaglia d’oro perché dallo spareggio uno di noi due sarebbe uscito ferito per sempre. Siamo troppo uniti per procurarci dolore a vicenda: amicizia, carriera, infortuni, l’aiuto che ci siamo dati nei mesi di dolore. Ho scelto d’istinto perché fondamentalmente sono un giocatore di basket mancato a cui piacerebbe tanto condividere la gioia della vittoria con i compagni”.

“Dietro la mia vittoria c’è il riscatto di uno sport meraviglioso, l’atletica leggera. C’è il lavoro duro di tante persone che non si sono mai arrese quando i risultati non arrivavano. Penso ad Alfio Giomi, l’ex presidente federale: con me è stato immenso, mi ha fatto lavorare nel miglior modo possibile, mi ha messo nella condizione di allenarmi e lavorare al top risolvendo ogni problema”.

Marcell Jacobs (oro, 100 metri)

“A 18 mesi ero in Italia, i miei figli sono nati qui. Mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo. Mio padre, da bambino, non lo ricordo. Dal momento in cui con mamma siamo rientrati dal Texas è cominciata la nostra sfida a due. A scuola ero in difficoltà. Per anni ho alzato un muro. E quando mio padre provava a contattarmi, me ne fregavo. Lo odiavo per essere scomparso. Poi ho ribaltato la prospettiva: mi ha dato la vita, muscoli pazzeschi, la velocità. L’ho giudicato senza sapere nulla di lui. Prima se una gara non andava bene davo la colpa agli altri, alla sfortuna, al meteo. Adesso ho capito che i risultati dipendono solo dal lavoro e dall’impegno”.

“I record possono essere battuti, ma la medaglia non me la toglie nessuno. E’ destinata al muro del salotto di casa, dove si possa vedere bene”.

“Ho imparato a essere molto attento a quello che faccio e a quello che vedo. Con le persone sono andato sempre a pelle, e non mi sono mai sbagliato”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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