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Tennis: Adriano Panatta

“Nella mia vita sono stato spesso in guerra con me stesso, il mio problema è che non sono mai del tutto contento di ciò che faccio”.

“Quando giocavo non mi sono mai sentito completamente in battaglia contro i miei avversari. Ero tranquillo anche verso me stesso. Quando, dopo il tennis, ho iniziato a lavorare in modo normale, ho sempre voluto fare tante cose nuove, alcune mi sono riuscite bene altre meno. Penso che il bilancio sia positivo. Ma è indubbiamente sono un uomo senza pace”.

“A Treviso (dove vive con la compagna Anna Bonamigo, da sette anni) mi trovo molto bene. Sono ancora molto legato a Roma.  Ma è una metropoli con mille problemi che si porta dietro da sempre”.

“A Treviso, l’anno prossimo, io e il mio socio Philippe Donnet, numero uno di Generali, inaugureremo il nuovo circolo. Ci sarà il tennis, padel, una Spa, una scuola dove ai bambini verrà insegnato il tennis classico”.

“Sono tanti quelli che hanno arricchito la mia vita dentro e fuori dal campo: Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio, il mio coach  Mario Belardinelli e Bitti Bergamo”.

“Paolo Villaggio, un uomo di cultura mostruosa e intelligenza straordinaria. Un fratello. Paolo sosteneva ci fossimo conosciuti a Cortina, dove a metà pomeriggio faceva aprire i ristoranti per mangiare polenta e capriolo. Lo adoravo perché sapeva sorprendermi. Fu lui a presentarmi Fabrizio De Andrè, che scoprii essere timidissimo”.

“Ugo Tognazzi era irresistibile, quando era in forma. Dopo Roma e Parigi, mi ero messo in testa di vincere Montecarlo. Nell’81 sto giocando. Arrivo in semifinale contro il solito Vilas. La vigilia piombano in riviera Paolo e Ugo. Voglio cenare alle otto e andare a letto presto. Si presentano alle undici, ci sediamo a tavola a un’ora assurda, la serata finisce alle tre del mattino tirando fuori Ugo che vomita da un cespuglio. Il giorno dopo Vilas mi massacra”.

“Nel mondo del tennis degli anni ’70 c’erano dei grandi campioni, interessanti anche sotto il profilo umano. Qualche nome: Nastase, Borg, Gerulaitis, Newcombe, Paolo Bertolucci, Zugarelli, Barazzutti”.

“Bjorn Borg era serissimo in campo, un pazzo totale fuori. Ci stiamo simpatici da sempre, senza sapere perché. Ancora oggi mi diverto a provocarlo: Bjorn non sei mai stato capace, gli dico, e lui ride”.

“Sono stato tennista per 15 anni, motonauta per 25 vincendo due record del mondo di velocità e un mondiale endurance. Ho corso in macchina, fatto i raid nel deserto. Al Club Parioli dissi: continuo a giocare per voi ma in regalo voglio la Gilera 125.  Avevo compiuto 16 anni. La mia racchetta era la Maxima, ma al signor Pietra per rinnovare il contratto chiesi di passare alla Dunlop, che lui distribuiva in Italia, e un milione. Lo spesi per comprami un’Alfa Gt junior, bianca, usata”.

“Nel 1970, quando ho battuto Nicola Pietrangeli, è stato un passaggio di consegne generazionale, ma senza nessuna retorica”.

“Il cambiamento principale tra il tennis di ieri e di oggi è legato alla racchetta. Prima, con quella di legno, era più difficile colpire con potenza ed effettuare i recuperi che vediamo fare oggi. Io, che sono alto 1,85 m, quando giocavo ero considerato un “big man”. Oggi sarei visto come un uomo nella media”.

“Lo sport in generale è molto cambiato. Il tennis è uno dei più professionistici, c’è più attenzione, più visibilità. C’è molto divismo. Noi avevamo più contatto con la gente. Facevamo la doccia, due passi per andare a vedere altri giocare, firmavamo qualche autografo. Ora l’ultimo dei “tronisti” è assediato dalle persone per strada, figuriamoci un campione. Questo porta a una vita un po’ blindata”.

 

 

 

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