Bob Dylan
Tre concerti italiani per il Nobel della canzone americana. Le prime scalette europee mostrano un repertorio in movimento, fra classici ritrovati, brani recenti e incursioni nel songbook altrui.
Bob Dylan arriva in Italia con un repertorio che non smette di cambiare forma. È la prima indicazione offerta dalle tappe iniziali del Rough and Rowdy Ways Tour: più che una successione di successi da riproporre al pubblico, le sue scalette disegnano un percorso attraverso epoche diverse della propria produzione, recuperando canzoni rimaste a lungo fuori dai concerti e affiancandole a composizioni recenti e a brani di altri autori. Un modo di stare sul palco che rende ogni appuntamento parte di una ricerca ancora aperta.
Il cantautore americano sarà protagonista di tre concerti organizzati da D'Alessandro & Galli: il 2 novembre all'Unipol Dome di Milano, il 5 al Palazzo dello Sport di Roma e il 7 all'Unipol Arena di Bologna. Le prime date europee suggeriscono già quale possa essere la chiave per avvicinarsi a questi appuntamenti: non aspettarsi una celebrazione nostalgica, ma un repertorio sottoposto a continue ricomposizioni.
A Oslo, il 17 ottobre, Dylan ha riportato in scaletta "Tangled Up in Blue", assente dal vivo dal 2018, e "Down in the Flood", che mancava dal 2005. Due recuperi lontani fra loro per storia e collocazione nel suo catalogo, ma accomunati dalla capacità di riaprire capitoli che sembravano momentaneamente archiviati. La serata ha aggiunto un'altra indicazione con "Louisiana 1927" di Randy Newman e "Dublin Blues" di Guy Clark, due brani di altri autori proposti per la prima volta dal vivo. La scelta non è un semplice intermezzo: colloca la scrittura di Dylan dentro una tradizione musicale più ampia, di cui è stato interprete, innovatore e instancabile esploratore.
A Göteborg, il 19 ottobre, la scaletta ha cambiato nuovamente prospettiva. Sono tornate "It Ain't Me, Babe" e "Girl From the North Country", quest'ultima assente dal 2019, mentre "Spirit on the Water" ha convissuto con "Crossing the Rubicon" e "Goodbye Jimmy Reed", entrambi da "Rough and Rowdy Ways", l'album del 2020. Il passato, dunque, non sostituisce il presente: gli si affianca, creando un dialogo fra stagioni differenti della stessa carriera. E la scelta di chiudere con "Every Grain of Sand", composizione fra le più intense della produzione dylaniana degli anni Ottanta, ha dato alla serata un finale che guarda alla dimensione spirituale e meditativa della sua scrittura.
È nel confronto fra queste due scalette che emerge il senso del tour. I recuperi non seguono una logica puramente celebrativa, le canzoni più recenti non costituiscono un blocco separato e le cover non sono soltanto omaggi: ogni elemento contribuisce a ridefinire gli altri. Una canzone conosciuta può cambiare significato quando riappare dopo anni; un brano contemporaneo acquista un'altra luce quando viene inserito accanto a un classico; una composizione altrui rivela le radici di un immaginario che Dylan continua a esplorare.




