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Vasco Rossi, pensieri, parole e musica

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Milena Gabanelli per il “Corriere della Sera”

Coronavirus. “La mia vita sociale non è molto intensa: sono più o meno sempre in isolamento. Questa esperienza è stata molto forte anche per me”.

Concerti. “Durante il lockdown ho cominciato a pensare: questa storia è difficile che possa risolversi in fretta. L’ impossibilità di avere contatti fisici creava la condizione per cui non si potevano fare concerti nemmeno a giugno. A quel punto mi è crollato il mondo addosso.  E’ da un anno che seguiamo questo progetto, ci avevamo già lavorato, già fatto tutti gli arrangiamenti, io ero già pronto per partire”.

“Per me fare i concerti è importante anche dal punto di vista psicologico. Mi devo tenere in forma, non mi devo lasciare andare. Pensavo si potessero rimandare a settembre, ma quando ho capito che anche lì sarebbe stato impossibile, ho preso la cosa di petto, mi sono detto: va bene saltiamo un anno e pensiamo a non ammalarci”.

“Io mi sento a casa solo quando sono sul palco e parte la musica, tutto quadra, è tutto logico, mi lascio prendere da ogni canzone”.

Canzoni. “Uso meno parole possibili: la sintesi è stata sempre la mia cifra, ho iniziato così negli anni Ottanta. Ogni parola è distillata”

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Note dal Passato: Vasco Rossi

“Io non sono un esempio. Non voglio essere un esempio. Non ho mai pensato di essere un esempio. Non faccio il mestiere dell’esempio. Io non sono un maestro. Non voglio essere un maestro. Non ho mai pensato di essere un maestro. Non faccio il mestiere del maestro”

“Bisogna andare d’accordo con sè stessi, prima che con gli altri. Quando esco  indosso una facciata di sicurezza. Se mostrassi la mia debolezza e la mia confusione mi metterebbero in manicomio. Quando incontro la gente mi tranquillizzo. Gli altri sono messi tutti come me”.

“Se ci fosse una pastiglia contro il senso di colpa avrei risolto i miei problemi. La musica è la mia autoanalisi e sarà così fino a che non tirerò le cuoia”.

“I Rolling Stones, e Mick Jagger in particolare, sono stati fondamentali per la mia formazione. Lui mi ha sempre ispirato, con lo sberleffo, l’essere giullare e il provocare coi gesti”.

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“Sono morto due volte. La prima nel 1984 con l’arresto per detenzione di droga, 22 giorni di carcere di cui 5 in isolamento. Sono risorto superando l’idea che potevo vivere solo da rockstar, andando al massimo ma anche a rotoli. Ci ho messo un anno a disintossicarmi da sostanze e farmaci. Nel 2011 ho passato tre giorni in coma per un batterio killer. A questo punto mi sento un immortale, come canta Jovanotti. La morte non mi fa paura, ho paura della sofferenza”.

 “E’ capitato con qualche donna di sentirmi inadeguato, ma sono sempre andate via contente. Le donne non le ho mai capite. Non sono mai riuscito a lasciarne una. Se lei non vuole, tu non ci riesci”.

“Ho avuto una vita spericolata. Sono sempre stato scomodo, ma è una realtà che mi va bene”.

“Ho rincorso il successo rischiando di scoppiare e di combinare grandi casini, coi quali fra l’altro ho fatto ampiamente i conti. Ma il bello è questo: capire, valutare, interpretare il tempo che uno vive e soprattutto imparare a conoscersi. Sono sempre io con qualche consapevolezza in più. Poi c’è il mondo intorno, quello che non sempre riesci a dominare. E spesso capita che tutto il resto ti regali solo angoscia e paranoia. A quel punto devi ricorrere alle tue diverse anime, coltivarle, capirle, ascoltarle”.

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“I miei problemi potrebbe risolverli forse uno psicanalista. Ma è molto meglio scrivere canzoni. Vengono fuori delle cose che nemmeno io conoscevo”

“Suonare dal vivo è l’unico motivo per cui si fanno i dischi. Per me è sempre stato così. Quello che conta è arrivare al cuore della gente”.

“Il mio nemico è l’ansia. Da giovane prendevo pasticche per andare veloce. Verso i trent’anni mi hanno detto che ero già abbastanza agitato, e che dovevo prendere quelle per rilassarmi. Alla fine degli anni ’80 mi è passato il panico da palco. Adesso vivo i concerti come un miracolo normale”.

“In passato mi ubriacavo per trovare il coraggio di affrontare il pubblico. Poi ho capito che avevo più paura del fantasma della realtà che della realtà stessa. Oggi cerco in tutti i modi di distrarmi, di non pensarci fino a quando salgo sul palco. A quel punto, dopo un primo momento di panico, la concentrazione e la musica prendono il sopravvento e non ho più il tempo di pensare”.

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“Il rock è sensibilità e libidine. E’ una forma espressiva potente e selvaggia, bene e male, bianco e nero. E’ stato e continua a essere la bandiera dell’utopia, da Elvis Presley a Bob Dylan e poi i Rolling Stones. L’utopia resiste e il rock continuerà a raccontarla, abbracciando tutti, magari i più deboli, gli emarginati, quelli “fuori”, quelli “oltre” che non ci stanno e che sognano qualcos’altro. Il rock non avrà fine”.

“Il mio dio è il tempo. E’ una cosa che mi è venuta in mente leggendo il secondo libro di Peter Hoeg “I quasi adatti”. Prima c’era l’eternità, adesso c’è il tempo, e ci sarà sempre. Lo spazio senza il tempo non avrebbe senso. E allora ho pensato che la divinità è il Tempo perché è il senso di tutto. Noi ci stanchiamo delle cose che abbiamo, del presente, e quando vogliamo qualcosa di diverso vogliamo il futuro”.

“La sensibilità ti fa provare sensazioni belle e brutte. E’ come non avere il cappotto quando è freddo, è come avere la pelle sempre “viva” e sentire tutto. E’ come avere le orecchie troppo lunghe, un buon udito. E’ non riuscire a spegnerti se necessario. Allora senti i discorsi che non vorresti, che non dovresti. Senti le tensioni che ci sono tra due persone magari vicine. Vedi le vibrazioni, senti le loro energie, positive o negative”.

“Un libro è una consolazione. Con un libro ci vuole anche pazienza, bisogna rallentare, entrarci dentro, sforzarsi un po’, ci si deve concentrare. Può darti delle grandi soddisfazioni. Ci si rilassa, ci si arricchisce, si ricomincia a ragionare, conosci un sacco di cose. Sembra di stare in compagnia di qualcuno. E alla fine ti accorgi di sentirti più sicuro. Di affrontare il mondo con un altro sguardo, un’altra consapevolezza. Leggere è una grande fortuna. Ti fa crescere, ti fa pensare e forse ti fa migliorare”.

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“La solitudine è una componente della vita, anche della mia. Quando si diventa adulti s’impara a conviverci. E non sei meno solo anche se dividi le giornate con una persona che ami”.

“Siamo alla mercè dei nostri sentimenti, e le nostre paure sono le stesse. E’ il senso di questa vita che non è facile da capire e da accettare. Vivere per morire ! Ma chi me l’ha fatto fare !”.

“A 18 anni ho fatto domanda per entrare nei paracadutisti. Pensavo che se fossi stato in grado di buttarmi da un aereo avrei dimostrato di avere il controllo su me stesso. Poi mi sono iscritto all’università e ho cominciato a chiedere i rinvii. Quando è arrivata la cartolina precetto stavo iniziando l’avventura rock, non potevo perdere il momento buono. Sono andato all’ospedale e ho detto di essere farmaco dipendente. Come farmaco dipendente venivi escluso da qualunque tipo di lavoro statale. Mio padre sognava per me il posto fisso. Io avrei fatto piuttosto il camionista”..

“Le donne mi hanno massacrato da quando avevo sette anni. Il primo amore infelice è stato Anna Maria. Abitavamo nella stessa scala. Ogni volta che la incontravo le chiedevo se stavamo ancora insieme. Un giorno mi ha detto che si era messa insieme a un turista”.

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“A 14 anni ho baciato per la prima volta una ragazza. Un giorno eravamo alle giostre, non avevo una lira, un ragazzo le ha offerto un giro in macchina. È finita che è andata via con lui”.

“Quando frequentavo l’Università ho incontrato una femminista. Mi criticava per i miei difetti fisici e morali. È andata avanti per due anni. A lei sono dedicate tutte le mie canzoni più incazzate nei confronti”. “Una volta Pino Daniele mi ha detto: “In questo mestiere le donne ti possono schiacciare”. Per questo ho scelto una compagna fuori dal giro: temevo la sindrome Yoko Ono”.

“Rispetto la vita finché la vita rispetta me. Ci sono momenti in cui l’esistenza di un uomo viene calpestata troppo dalla realtà, dalla malattia. Per me la vita non è un dono, è un caso. Mi va bene finché va bene”.

“Mio padre parlava pochissimo. Ci capivamo con lo sguardo. Mi voleva un bene dell’anima. Mi dava tutto quello che volevo. A 17 anni e mezzo mi ha comprato una Mini Minor gialla. Finalmente potevo andare in giro per i locali. Mi ero fatto anche un impianto musicale con il K7, un registratore a cassette portatile”. “Mio padre lavorava come un mulo. Tornava a casa dopo aver guidato il camion tutta la notte e trovava suo figlio ancora a letto alle 11 del mattino. Non deve essere stato facile accettare un figlio che non aveva le idee chiare su cosa voleva fare da grande. Pochi giorni dopo la sua morte dovevo tenere un concerto. Mi sentivo perso. L’ho detto a mia madre, e mi ha risposto che non dovevo mollare. Sono andato, ho trovato il coraggio, la forza di non piangere”.

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“Ero a casa a preparare gli esami dell’università. Dalla finestra di casa vedevo sempre una ragazzina arrivare con la corriera. Aveva circa 14 anni. Quando ne compì 18 gli dissi che avevo scritto “Albachiara”  per lei, ma non ci credeva. Allora le dedicai Una canzone per te”.

“Ho impiegato sei mesi per scrivere il testo di “Vita spericolata”. Non mi veniva la frase giusta. Poi un giorno dovevo fare un concerto in Sardegna. Pioveva ed ero in macchina. Ho messo la cassetta con la musica e mi è venuto “Voglio una vita…”. Quando l’ho finita ho capito di aver composto la canzone della mia vita”.

“Sally mi è nata di getto in barca a Saint-Tropez, dopo una notte di follie. Ero andato in una discoteca, tutte le donne che vedevo mi piacevano. Sono passato da una all’altra, senza fermarmi con nessuna, finché ho fatto il giro di tutto il locale. Quanto sono tornato in barca ho sfogato tutta la mia eccitazione nella musica”.

“Se avessi avuto una pagina Facebook negli anni 80 avrei sentito molte meno stupidaggini sul mio conto. Anche io adesso posso dire la mia. Facebook mi piace, lo trovo uno strumento molto utile per comunicare. E’ chiaro che per certe persone è un modo per nascondersi, ma per altre può essere una via per aprirsi e tirare fuori se stessi”.

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“Chiedere a Vasco Rossi di schierarsi politicamente è assurdo. Rispetto i musicisti cosiddetti impegnati. Ma per come la vedo io la musica è una questione artistica, non c’entra niente con la politica. La politica è l’arte di amministrare il potere. E’ un’altra storia, un altro mestiere. Il potere, come diceva Spinoza, è il piacere che la gente sia affetta da tristezza. Noi siamo qui invece per portare un po’ di gioia e quindi non dobbiamo proprio essere politici. Nelle canzoni metto dentro dei pensieri e delle riflessioni. Può essere che abbiano attinenza con argomenti politici. Ma la politica è una cosa seria che si fa nei luoghi e nei modi della politica. Le chiacchiere da bar non servono a niente, si fa politica partecipando sul serio”.

“Ho vissuto degli anni terribili, dal 1985 al 1988. Non sapevo cosa fare. Ero depresso per le conseguenze delle sostanze terribili che assumevo. L’anfetamina è terrificante. Sono stato per 7 mesi a letto senza alzarmi perché non riuscivo più a muovermi. Guardavo la televisione per ore. E’ stato un periodo di crisi profonda e dolorosa, superata dopo aver preso in affitto una casa al mare con un amico. Ho ricominciato a girare con la moto, a prendere l’aria. Non ricordavo più che sapore avevano i tortellini. Negli anni passati non mangiavo, bevevo solo del latte”.

“Sono un carattere di quelli che hanno il famoso male di vivere. Sono un tipo molto solare quando c’è la gente. Appena sono solo torno quello che sono. Ho così tanta soddisfazione dal punto di vista artistico che per forza devo pagare una sofferenza”.

“Ho avuto una crisi terrificante nel 2000. Mi è cambiata la chimica nel cervello. Però ci tengo a dire che nelle mie canzoni non c’è mai depressione, ma c’è la presa di coscienza che mi sono rotto di dire che va tutto bene anche se non è vero”.

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“Ho pensato che la cosa più spericolata che una rockstar come me potesse fare era una famiglia. Grazie a Laura, che praticamente l’ha tenuta in piedi di peso perché lei è l’artefice, sono riuscito anche in quella sfida: costruire una famiglia e mantenere viva la storia di Vasco Rossi”.

“Da ragazzino i miei idoli erano Little Tony e Gianni Morandi. Ai concorsi canori cantavo “Riderà” e “In ginocchio da te”. Poi ho scoperto Elvis Presley, i Rolling Stones. In seguito ho iniziato ad ascoltare i Genesis, Pink Floyd, King Crimson”.

“Ho cominciato a comporre ai tempi di Francesco Guccini, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Fabrizio De André. Cercavo di far canzoni come quelle, ma non riuscivo a farle così belle perché non avevo quel linguaggio. Poi una mattina è arrivata “Ogni volta”. Ero a letto, non riuscivo a dormire. Quando l’ho finita ero convinto che fosse una canzone che capivo solo io. Poi l’ho fatta sentire e ho scoperto che la gente capiva perfettamente. E’ così che ho trovato il mio stile”. “Sono un testimone della vita e dei nostri tempi. Ascoltare le mie canzoni può aiutare a capire. Io non faccio altro che esprimere le ansie, le rabbie, le nevrosi della gente normale”.

“Nel 1975 ho fondato Punto Radio, la prima radio privata italiana. E’ stata subito sequestrata dall’Escopost per la legge che ci definiva pirata. Io ero l’amministratore e dunque ho subìto il mio primo processo. Avevo 23 anni. Mi hanno assolto e abbiamo riaperto. Da quel momento  tutte le radio sono state libere di poter trasmettere”.

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“Fino a 20 anni non sognavo i lussi, non sapevo nemmeno che esistessero. Poi ha iniziato a piovere sul bagnato. Tutto quel che ho l’ho ottenuto facendo  quello che mi piaceva. Ogni giorno ringrazio il cielo e la chitarra. Ma la mia vita interiore non è cambiata. La malinconia è la mia condizione naturale”.

“Mi piacciono i libri di filosofia, psicologia, romanzi. Nietzsche, Spinoza, Montaigne, Freud mi hanno fatto capire la natura umana. I libri, oltre a fare compagnia, sono più sinceri delle persone”.

augusto.sciarra@radiotolfaeuropa.it

 

 

 

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